Rifiuti come leva di Sviluppo: occorre “rivoluzionare” l’attuale scenario

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di Ivan Morlino

“Emergenza climatica, emergenza rifiuti”, cumuli di spazzatura e conseguente rischio sanitario che compromette la salute dei cittadini sono gli argomenti che sempre più spesso troneggiano dalle testate giornalistiche alle tv, ai social network: che cosa caratterizza il problema rifiuti nel Mezzogiorno? Uno dei nodi centrali è il corretto smaltimento, nonché l’assenza di investimenti in nuove tecnologie in grado di riciclare e valorizzare adeguatamente tali risorse (evitando l’ingresso di ecomafie nel ciclo dei rifiuti) per creare anche opportunità di lavoro. Il problema dei rifiuti non può essere isolato dal suo contesto, cioè dalle produzioni e dai prodotti che li generano, dai modi del loro consumo. 

Da un lato abbiamo la cultura della crescita: consumo di beni sempre più inutili, mentre milioni di persone mancano del minimo necessario. Il “danno collaterale” di questo consumo è costituito dalla crescita dei rifiuti, perché tutto ciò che viene prodotto è destinato a trasformarsi in rifiuto in un lasso di tempo sempre più breve. Quindi, tanto vale produrre direttamente rifiuti: l’usa-e-getta, non è altro che la “follia” di fabbricare rifiuti destinati a qualche effimera funzione per il tempo più breve possibile. Ma la cultura della crescita ha sempre una “tecnologia” pronta per rimediare a tutto: per i rifiuti prima (ma anche ora) c’era la discarica, più o meno “controllata”; poi l’inceneritore (il sogno di “mandare in fumo” tutto ciò che non ci serve); poi il termovalorizzatore (la produzione di energia più costosa mai comparsa sulla Terra: il termovalorizzatore manda in fumo con rendimenti energetici infimi non solo quello che brucia, ma anche tutta l’energia consumata per produrre i materiali che usa come combustibile e che potrebbero invece venir riciclati); infine il “ciclo integrato” dei rifiuti, inframmettendo tra pattumiera e inceneritore altre macchine per separare il secco dall’umido e infine un po’ (sic!) di raccolta differenziata, ma non troppa, altrimenti il termovalorizzatore si spegne. Il secondo contendente è la “cultura della sobrietà”. Non è organizzata, né sponsorizzata, né roboante; ma in qualche modo si radica in ciascuno di noi quando realizziamo che la rincorsa ai consumi è soprattutto una corsa alla produzione di rifiuti. Anche la cultura della sobrietà è figlia della modernità: non è frutto della penuria, della nostalgia per il passato o di una volontà di espiazione; bensì di saperi che ci guidano a usare le risorse in modo ragionevole. 

Alla luce di ciò, sorge spontaneo domandarsi se meno consumi producano meno rifiuti. La produzione di rifiuti è determinata dalle nostre scelte di acquisto! Ossia da una parte meno imballaggi superflui, cominciando da bottiglie e flaconi a rendere cauzionati; meno prodotti usa-e-getta di plastica che uccidono sia la fauna che l’uomo! L’usa-e-getta ha sostituito per una frazione di secolo prodotti che prima si usavano fino alla consunzione; ma oggi ci sono sostituti dei prodotti usa-e-getta che costano e inquinano meno e sono più comodi e igienici di tutti i loro predecessori: nuovi pannolini lavabili ad esempio, oppure si pensi a bicchieri e piatti di carta, a lavastoviglie che evitano il ricorso a piatti e bicchieri di plastica nelle mense. Dall’altra più prodotti venduti sfusi (“alla spina”), a partire dai detersivi; meno sprechi di avanzi alimentari, per lo più frutto di una spesa fatta senza programma; più compostaggio domestico dei rifiuti organici (ovunque si disponga di spazi adeguati, e lo può essere anche un balcone); adozione di prodotti tecnologici modulari (computer, cellulari, elettrodomestici), in modo che per adeguarli ai progressi della tecnologia non sia necessario sostituire tutta “l’attrezzatura”, ma solo le componenti elettriche logore e/o obsolete; una moderna regolazione e incentivazione del mercato dell’usato, per non mandare in discarica o in fumo quello che milioni di persone sono ancora disposte a usare. E poi, ma solo poi, raccolta differenziata capillare porta-a-porta, responsabilizzando gli addetti affinché intrattengano un rapporto diretto con gli utenti; piccoli impianti di riciclo della carta, della plastica, del vetro, dell’umido come compostaggio e bio-metano (ben dimensionati e decentrati sui territori, per evitare che i rifiuti possano percorrere lunghe distanze e quindi accrescere le tasse per i cittadini!) e di recupero dei materiali; incentivi agli acquisti ecologici (green procurement) per enti pubblici e imprese, per fornire un mercato ai materiali riciclati. 

Sono cose semplici, alla portata di cittadini, enti locali e imprese grandi o piccole, ma tanto più urgenti, anche ricorrendo a misure straordinarie, quanto maggiore è l’emergenza rifiuti che soffoca un territorio. E’ necessario intervenire alla fonte, in base alla gerarchia delle priorità indicata oltre trent’anni fa da Ocse ed Europa: riusareridurrericiclaree poi smaltire – termovalorizzatore e discarica – solo quello che rimane.. Se si fa tutto ciò, che cosa resta da bruciare in un termovalorizzatore? Quasi niente: non l’acqua (60-70%) contenuta nel residuo organico sfuggito alla raccolta differenziata; non la carta, talmente bagnata da non poter essere conferita insieme a quella riciclabile; non il vetro e le lattine, che invece di bruciare assorbono calore. Ma neanche quel poco di plastica che resta dopo una buona raccolta differenziata. Sempre più Comuni stanno aderendo all’iniziativa denominata “Plastic Free Challenge”, affinché vengano eliminati gradualmente tutti gli articoli in plastica monouso. Un passo importante a favore di quel cambiamento culturale e mentale che non può più attendere.

Ebbene, anche nel campo dei rifiuti, la cultura della sobrietà ha soluzioni, anche tecnologicamente molto sofisticate. Per raggiungere risultati positivi occorre un intenso confronto con le comunità locali, promuovendo normative ed investimenti in progetti sostenibili, a partire dalle scuole, in grado di valorizzare attività laboratoriali degli studenti e di aprirli realmente ai territori. 

Stando ad uno dei dossier rifiuti urbani dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, nel 2016 nessun comune al Sud ha applicato la tariffa puntuale! Ovvero una tariffa il cui principio è semplice: il cittadino paga in base al rifiuto indifferenziato prodotto e non in base ad altri parametri della Tari, che non sempre trovano lineare corrispondenza tra la produzione del rifiuto e la tariffa di smaltimento. 

Il gestore del servizio quantifica il rifiuto indifferenziato (quello forse più dannoso per l’ambiente che spesso va in discarica o in incenerimento) prodotto dall’utenza, generalmente attraverso una misurazione ad esempio volumetrica.

Quali sarebbero i vantaggi per i cittadini? Il calcolo della tariffa rifiuti si può riflettere quindi nella reale produzione dei rifiuti: più il cittadino differenzia (sensibilizzato magari anche da campagne informative ed incentivanti) e separa correttamente le varie frazioni merceologiche, meno paga e meno inquina l’ambiente che ha un bisogno urgente di tutelare la perdita della biodiversità.

I processi virtuosi di economia circolare consentono ai rifiuti di non essere uno scarto, bensì dei nuovi prodotti da reimmettere sul mercato. In sintesi, lo sviluppo sostenibile non deve essere considerato solo un modello di sviluppo economico, ma deve anche coinvolgere l’orientamento dei progressi tecnologici, compresi i mutamenti politici (spesso influenzati dalle lobby o dalla corruzione), istituzionali e sociali. La tutela e la valorizzazione dell’ambiente influenzano la qualità di vita del cittadino protagonista della sua salvaguardia.

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