San Severo, città d’Europa, capitale della cultura o città arretrata?

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Molti cittadini si chiedono come mai San Severo sia caduta in un lento declino sociale, culturale, economico ed ambientale. La risposta non si può costruire con un articolo, in quanto andrebbe condotto uno studio approfondito a riguardo. Tuttavia è possibile “fotografare” la città, magari come punto di partenza per future soluzioni.

Alcuni osservatori evidenziano: periferie ricolme di rifiuti (occorre educare partendo dalle scuole), abbandono del centro storico (da notare la pavimentazione sovente ricolma di escrementi ed erbacce, dove il recupero del basolato o dei sampietrini darebbe maggiore lustro), ZTL accessibile anche a non residenti con motorini liberi di sfrecciare contro senso (occorrono maggiori controlli), ufficio di informazione turistica chiuso, stazione ferroviaria declassata, inefficiente servizio di trasporto pubblico, bagni pubblici vergognosamente chiusi, assenza di un piano del verde, assenza di una puntuale sanificazione della città, valide strategie per la gestione del ciclo rifiuti (quando l’umido e altri rifiuti vengono smaltiti a chilometri di distanza si aggravano le conseguenze economico/ambientali), nuove strategie volte a incrementare e migliorare la raccolta differenziata (i soldi che i Comuni ricevono dal servizio di raccolta differenziata che fine fanno?), nuovi spazi di aggregazione sociale pubblici per i giovani (ad es. i co-working) e meno giovani, appiattimento o scarsa vivacità delle associazioni culturali, buche che si ripresentano alle prime piogge, fogna bianca assente; a ciò si aggiunge la continua emigrazione di giovani e meno giovani per lavoro (perché non attrarre investimenti dalla Comunità europea?) o per studio (valutare la possibilità di attivare corsi universitari che valorizzino le vocazioni del territorio e apportino benefici).

Credo che quanto succitato sia sufficiente ad evidenziare che più di qualcosa non abbia funzionato negli anni precedenti e continui a non funzionare. Evidentemente la “macchina” politico-amministrativa non ha colto il suo vero compito di servizio e oggi affiorano per i cittadini le conseguenze a caro prezzo…

Una parte della cittadinanza ha anche le sue responsabilità, ma “più che fare la caccia alle streghe” occorre creare nuovi percorsi e nuovi stimoli per chi crede sia possibile costruire alternative migliori, nella consapevolezza che le cose non cambiano con le parole o le lamentele, ma attraverso la condivisione di intenti e di percorsi, “rimboccandosi le maniche” e facendo ognuno nel suo piccolo la propria parte. 

Orbene, occorre una nuova visione, inserire delle regole che disciplinino l’ingresso alla politica.

Siamo alle prese con le future elezioni regionali dove ci sono i soliti volti e candidati, quasi sempre scelti non dai cittadini e senza criteri di merito (la scuola di formazione politica potrebbe selezionare e formare). La futura classe politica deve essere pronta e formata alle sfide future. Occorre partire da studi e da analisi approfondite delle problematiche o delle potenzialità del territorio. Non si può immaginare un percorso da intraprendere su scelte economiche, sociali e ambientali della città senza un obiettivo, una visione e con scarsa preparazione. La politica ha bisogno di cambiamento, ha bisogno di rinnovarsi, ha bisogno di tornare a essere attraente e, per far questo, deve puntare su esperienze, competenze e su persone che si facciano guidare dalla cultura (utilizzando anche i social per fini educativi), dal sapere e, per chi ci crede, anche dal Signore. In un quadro crescente di corruzione (secondo fonti ansa.it, in Puglia gli episodi di corruttela non vengono denunciati perché per il 30% degli intervistati sono ritenuti un fatto normale) occorre molto coraggio e amministrare “contro-corrente”. Non si può immaginare di vincere una campagna elettorale con voti spesso sempre più clientelari e programmi puntualmente disattesi.

I danni per le future generazioni sono evidenti: disagio sociale (in particolare di quello giovanile), aumento della disoccupazione e, di conseguenza, della illegalità, scarsa cura dell’ambiente, etc. Quindi occorre ripartire da nuovi modelli, che non siano utopistici, ma di semplice applicazione, che sappiano prendersi cura degli ultimi, degli altri e della terra. Si pensi all’economia circolare (riciclo rifiuti = lavoro) e allo sviluppo sostenibile, il cui approccio olistico prende in considerazione l’equità sociale e la sostenibilità ambientale. Infine, e non per ultimo, occorrono nuovi modelli economici estesi anche su piccola scala, dove la dignità dei lavoratori sia tutelata, dove il profitto non sia solo e sempre a discapito del benessere sociale, dove i prestiti di denaro non siano solo e sempre ad un tasso percentuale (magari a tasso zero!), altrimenti non si potrà parlare di economia diversa che include e non uccide, umanizza e non disumanizza, si prende cura del creato e non lo depreda. La speranza quindi è riposta in un recupero del concetto di “rivoluzione” culturale, democratica, pacifica, allegra e non violenta! 

di IVAN MORLINO

Foto Pietro Pavia