Un opinione controcorrente sul caso Brumotti.

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“Egregio signor Brumotti,

intendo parzialmente dissociarmi dal coro di solidarietà indirizzatole a seguito del ferimento subito nel quartiere di San Berardino nella bella, nobile e laboriosa città di San Severo, dolente per via di acrimoniosa delinquenza, comune a molte altre parti del territorio nazionale e comunque praticata da infima parte di cittadini.

Spiace anche a me per la violenza subita ma Lei ha ottenuto quanto cercava: un incidente per catalizzare l’attenzione della platea televisiva nazionale al fine di tenere alta la percentuale di visualizzazione della trasmissione con correlato valore commerciale dell’annessa pubblicità.

Se il Suo intento fosse stato effettivamente quello di denunciare il ben noto fenomeno dello spaccio di stupefacenti, facendo del giornalismo documentale, nel rispetto della essenziale etica civica, dopo aver filmato la cessione, avrebbe dovuto recarsi presso le Forze di Polizia per segnalare la questione, salva la diffusione delle immagini durante la trasmissione per la quale lavora.

Invece, lei è tornato sul posto per provocare gli spacciatori, filmando anche questa seconda fase. Che la reazione provocata potesse sconfinare nella violenza non era cosa oggettivamente da escludere.

A differenza della prostituzione (non vietata ma non tutelata), lo spaccio è perseguito ma non con lo stesso indice motivazionale che sostiene altre emergenze, per esempio la lotta al Covid. Se lo Stato davvero volesse sgominare il fenomeno, potrebbe farlo dedicando risorse adeguate, sanzionando le fattispecie con pene convincenti ed effettivamente applicate.

La droga è la prima e vera grave causa dello sfaldamento sociale, la madre della criminalità indotta ma è anche il primo infiltrato di tutti gli ambienti, a cominciare da quelli artistici per finire a quelli politici, senza escludere i giornalisti.

Quel tipo di “operazione” era un tempo pane quotidiano per la Polizia e per scienza diretta Le confido che all’epoca dei fatti si stava davvero molto attenti ad evitare gli strali dei P.M. e dei difensori perché non si cadesse nel dedalo delle eccezioni riferibili agli agenti provocatori. E si era e si è agenti di Polizia! Immaginarsi quale giudizio si potrebbe almeno potenzialmente formulare per un giornalista se quegli espressamente chiede anziché rispondere ad una offerta.

In tempi non sospetti ed anche molto di recente, da luoghi qualificati e pubblici ho ripetuto a gran voce il mio modestissimo parere sulla necessità assolutamente urgente di mettere mano ad un progetto legislativo-operativo efficace per sgominare l’uso e lo spaccio e trovo pertanto encomiabile l’attività giornalistica finalizzata a sostenere questa idea anche attraverso la gogna mediatica.

Questo non significa però superare la linea etica dell’acquisizione del dato e della spettacolarizzazione per pervenire alla eclatante provocazione, al fine evidente di ottenere una reazione che non giova alla sicurezza, all’ordine pubblico, alla giustizia e al giornalismo.

Giurisprudenza non rara e recente ha applicato la scriminante dello stato di necessità a fattispecie pur gravi in costanza di situazioni sociali e personali. Se lo Stato avviasse seri progetti sociali alternativi al crimine e coattivi, per esempio la salvifica zappa, e prevedesse pene pesanti ed effettivamente applicate, probabilmente nessuno l’avrebbe aggredita, ovviamente se non adeguatamente provocato.”

(post di Claudio Lecci- ex commissario di Polizia a San Severo)

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