Vittime del caporalato, Stea: “Basta con il mercato monopolizzato, basta strozzare i piccoli produttori”

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Una nota del consigliere Gianni Stea

Le tragedie vissute sulle strade del pomodoro di Capitanata richiedono non solo una riflessione scevra da dannose ipocrisie, ma anche l’avvio di una lavoro – di cui la Regione Puglia potrebbe essere capofila – che coinvolga il governo nazionale e le istituzioni europee. Non possiamo più trovarci ogni estate a commentare il numero delle vittime, più o meno annunciate, di un caporalato crudele. Ma non dobbiamo più di pari passo criminalizzare un intero settore, quello agricolo, che in Puglia è nella maggior parte dei casi sano, con imprenditori che, seppur alle prese con una burocrazia ottusa, con leggi ghigliottina e con un’assurda concorrenza estera – di Paesi in cui condizioni di lavoro ben peggiori sono la regola -, riescono ancora a tenere in piedi le proprie aziende. L’agricoltura moderna, che avrebbe dovuto e potuto costituire un valore aggiunto dell’economia, è ormai solo sacrificio e tanto sanno bene non i soloni da salotto, ma coloro che conoscono la realtà delle campagne.

Ricordo che chi si occupa di impresa agricola in Italia deve fare i conti con una legge contro il caporalato che, per certi aspetti sacrosanta, è nata annebbiata da quel che resta dell’odio ideologico tipico del politico in affanno di consensi. Il risultato è disastroso: chi, pur tra le citate mille difficoltà, ha cercato di rispettare le norme, sovente è finito additato come il peggiore dei malavitosi e spesso ha dovuto chiudere i battenti. Le organizzazioni criminali, italiane e straniere, invece – come purtroppo la storia delle mafie insegna – si sono organizzate per eluderle e continuare nello sfruttamento della manovalanza (proprio il numero delle vittime ne certificata il fallimento).

Ma c’è dell’altro, se in realtà si vuole al di la delle facili chiacchiere combattere realmente il fenomeno. Ancora di più infatti diventa necessario lavorare sulla filiera corta del pomodoro rosso di Capitanata. Affinché i costi dei vari passaggi siano stabiliti in base alle reali necessità dei soggetti interessati e non più da un mercato monopolizzato dai grandi gruppi, italiani e stranieri, della distribuzione del prodotto finito che stabiliscono indisturbati domanda e offerta della merce, “strozzando” inesorabilmente i piccoli produttori.

E qui nasce la proposta in cui coinvolgerò il presidente Emiliano e l’assessore Di Gioia: lavorare insieme affinché nel Foggiano la coltivazione e la trasformazione del pomodoro rosso – che dovrà essere registrato sotto il marchio Igp – possa avvenire esclusivamente nell’ambito di organizzazioni di produttori consorziati tra loro e sotto la supervisione di un “consorzio madre” cui partecipino rappresentati delle Regioni e dello stesso ministero, con il compito di controllare e intervenire sui costi e sulla quantità produttiva dei vari passaggi della filiera e al contempo sul rispetto dei contratti di lavoro – a tutti i livelli – della stessa. Nascerebbe un meccanismo virtuoso in grado di tutelare tanto gli occupati quanto le aziende, creando nuove possibilità di investimento in un territorio ad antica vocazione agricola ma che al momento vive in un grave stato di crisi.

Un progetto in cui, inevitabilmente, anche l’Europa – e qui mi appello ai nostri parlamentari di Bruxelles – dovrà fare la propria parte: una legge contro il caporalato, infatti, non può che essere uguale per tutti i Paesi dell’Unione, altrimenti – è il sospetto più che fondato – sarà solo l’ennesimo schiaffo al principio dell’equa concorrenza, con l’Italia e, in particolar modo la Puglia, costrette a soccombere a vantaggio esclusivo di altri territori europei ed extra Ue in cui realmente i lavoratori dell’agricoltura sono, nell’indifferenza generale, trattati come fantasmi.

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