LETTERA APERTA E GRIDO D’ALLARME:
A tutte le Istituzioni della Repubblica, ai Sindaci, ai Vertici dei Corpi di Polizia Locale e alla cittadinanza tutta.
C’è una strage silenziosa che si consuma nel nostro Paese, lontano dai riflettori della cronaca e protetta da un muro di indicibile tabù. È la strage dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze in divisa.
Giovani donne e giovani uomini, spesso poco più che ventenni, che scelgono di togliersi la vita.
Non parliamo di fredde statistiche, ma di esistenze spezzate nel fiore degli anni; ragazzi che hanno superato selezioni difficili, che hanno giurato fedeltà alle istituzioni con gli occhi lucidi di orgoglio e il cuore pieno di speranza, e che le amministrazioni hanno arruolato, addestrato, armato e poi, troppo spesso, lasciato soli di fronte a un peso più grande di loro.
L’opinione pubblica tende a vedere chi indossa una divisa come un blocco di marmo privo di crepe, immune alla paura, alla stanchezza e al dolore. Questa narrazione è una trappola mortale. Sotto quel tessuto ci sono ragazzi inviati in prima linea sul territorio a gestire il degrado, la violenza, la disperazione sociale e l’emergenza, spesso in contesti di cronica carenza di organico, turni massacranti e con un deficit di tutele assistenziali rispetto ad altri corpi dello Stato. Il vero dramma è che, all’interno del sistema, mostrare una fragilità equivale ancora a una condanna professionale. Il timore del giudizio, la paura di essere stigmatizzati, di subire il ritiro cautelativo dell’arma e del tesserino, o di vedere il proprio percorso lavorativo definitivamente bloccato, spinge questi giovani a nascondersi, seppellendo il dolore dietro un sorriso d’ordinanza finché questo non diventa insostenibile.
Ogni volta che un giovane appartenente al comparto si toglie la vita, la risposta standard rischia di essere il silenzio o, peggio, la frettolosa liquidazione del dramma come un evento legato a motivi strettamente personali. Questa è una mezza verità che serve solo a scaricare la coscienza del sistema amministrativo e istituzionale. Anche quando vi sono fragilità pregresse, esse si innestano in un contesto lavorativo unico, dove la pressione è costante e l’accesso a un’arma è immediato. Quando un giovane servitore delle comunità locali decide che l’unica via d’uscita è l’estremo gesto, non siamo mai di fronte a una tragedia puramente privata, ma siamo di fronte a un preciso fallimento delle tutele datoriali e istituzionali.
Come sindacato CSA, lanciamo questo grido d’allarme che vuole essere soprattutto un appello perentorio all’azione immediata, perché non abbiamo più tempo per i tavoli tecnici che non producono risposte concrete. Chiediamo con forza la fine immediata dello stigma, affinché parlare di salute mentale e chiedere aiuto diventi un atto di normale responsabilità professionale e non una colpa che compromette il lavoro. Rivendichiamo l’istituzione di reti di supporto psicologico realmente indipendenti ed esterne all’amministrazione, che siano anonime, accessibili e totalmente slegate dalle valutazioni di servizio, poiché le figure interne vengono spesso percepite dal personale come giudicanti o collegate alla catena di comando dei comandi e degli enti.
Esigiamo inoltre una formazione specifica per i comandanti, per i preposti e per i dirigenti aziendali, affinché siano messi in grado di riconoscere tempestivamente i segnali di disagio nei propri sottoposti, agendo con empatia e tutela anziché con provvedimenti punitivi o isolamento. Infine, riteniamo non più rimandabile una radicale umanizzazione delle condizioni di lavoro e un pieno riconoscimento delle tutele infortunistiche e previdenziali, dove la tutela del benessere psicofisico, il rispetto dei riposi e la reale conciliazione con la vita familiare siano considerati priorità operative e non variabili secondarie sacrificabili sull’altare delle carenze d’organico.
Ai vertici delle istituzioni e delle amministrazioni locali ricordiamo che questi ragazzi sono presi in custodia nel momento in cui superano i cancelli dei comandi. Proteggerli non è un optional contrattuale, è un imperativo morale. La sicurezza delle nostre città non può essere edificata sul sacrificio silenzioso della salute mentale e della vita di chi la difende in strada ogni giorno. È il momento di rompere il muro dell’omertà, prima che sia troppo tardi per un altro ragazzo, per un’altra ragazza, per un’altra famiglia che piange un figlio che voleva solo servire la propria comunità. Chi difende la vita degli altri ha il diritto sacrosanto di vedere difesa la propria.
San Severo, 7 luglio 2026
Dott.Bruno Braccia
Dirigente Aziendale CSA







