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“Così riempivo l’Italia di rifiuti tossici”

Matteo Yvon D'Incalci da Matteo Yvon D'Incalci
Agosto 13, 2026
in Cronaca
Tempo di Lettura: 2 minuti
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“Così riempivo l’Italia di rifiuti tossici”
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Un filo invisibile sembra legare grandi vicende oscure della storia recente d’Italia e le sofferenze quotidiane delle nostre comunità.
Quando ci si interroga sull’aumento costante delle patologie oncologiche nei territori, la tentazione di derubricare tutto a semplici coincidenze sbatte contro una memoria storica fatta di dossier insabbiati, traffici illeciti e tragiche morti mai chiarite.
Il punto di partenza è un passato che continua a proiettare la sua ombra sul presente.
Tra gli anni ’80 e ’90, la gestione e lo smaltimento dei rifiuti industriali e tossici hanno visto intrecciarsi gli interessi di opache società milanesi, criminalità organizzata e settori deviati delle istituzioni.
Milano, in diverse inchieste dell’epoca, è emersa come crocevia finanziario e logistico per transazioni oscure destinate a Paesi in via di sviluppo o a siti d’interramento clandestini.
Proprio su queste rotte del traffico di rifiuti e armi stavano indagando Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, uccisi a Mogadiscio nel marzo del 1994. Il loro destino incrocia tragicamente quello del maresciallo del SISMI Vincenzo Li Causi, morto in Somalia pochi mesi prima in circostanze mai del tutto chiarite; un uomo che conosceva a fondo le dinamiche e i segreti dell’operazione Gladio e dei traffici nell’Oceano Indiano.
Un intreccio che porta fino alle nostre coste, dove storie come quella della nave Eden V, incagliatasi nel 1988 sulle secche di Marina di Lesina con il suo presunto carico di fusti sospetti, continuano a sollevare interrogativi rimasti senza risposta.
È stato davvero tutto un caso?
A spalancare la porta su questa agghiacciante realtà è stata la voce del boss pentito Carmine Schiavone.
Fu lui a verbalizzare per primo come tonnellate di fanghi chimici, scorie velenose e persino materiali radioattivi venissero sistematicamente interrati sotto i nostri piedi, sintetizzando con cinica brutalità un sistema che considerava “la spazzatura d’oro” e “la politica una monnezza”.
Ma c’è un’illusione drammatica in chi pensa di poter lucrare sull’inquinamento rimanendone immune: il tumore è una piaga sociale democratica e spietata, che bussa alle porte di tutti, non risparmiando nemmeno le famiglie di chi quei veleni li ha sotterrati, venduti o tollerati. L’aria, la terra e la falda acquifera contaminate non chiedono la tessera del partito né il conto in banca.
Mentre la storia e la magistratura faticano a fare piena luce su questi misteri, a pagarne il prezzo sono i cittadini della provincia, costretti ad assistere a un aumento dei tumori che appare ormai incontrollabile.
Per questa ragione, l’istituzione del Registro Tumori rappresenta un passaggio fondamentale e non più rinviabile.
Si tratta di una battaglia civile spinta con forza dalla popolazione e portata fino alle aule istituzionali, come fatto dal consigliere Dell’Oglio in Consiglio Comunale, proprio per tracciare con precisione la mappa epidemiologica del territorio. Eppure, dopo i primi annunci, la macchina sembra essersi di nuovo bloccata nel silenzio.
Forse non ci saranno mai risposte definitive sui grandi misteri che collegano gli affari opachi della Milano degli anni ’90, i depistaggi somali e le navi dei veleni spiaggiate sulle nostre coste. Ma sulla salute pubblica e sulla prevenzione non sono più tollerabili ritardi o dimenticanze: il Registro Tumori deve diventare realtà subito, perché pretendere la verità e la tutela della propria salute è l’unico modo per spezzare questa catena di morte che riguarda tutti noi.
Dott.Bruno Braccia

Matteo Yvon D'Incalci

Matteo Yvon D'Incalci

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